Alcuni anni fa, inaugurando un convegno sulla storia del gioco da tavolo, Alex Randolph, studioso e indimenticato autore di giochi, affermava di non essere affatto preoccupato della crescente presa della tecnologia e dei videogames sul grande pubblico, specialmente quello giovane, sostenendo che, finché ci sono persone disposte a sedersi ad un tavolo, le une di fronte alle altre, con la voglia di confrontarsi serenamente e stare piacevolmente insieme, è impossibile che scompaiano i giochi da tavolo.

Allo stesso modo in cui l’idea di gioco ha sempre fatto parte della costituzione umana, così il gioco da tavolo accompagna fin dall’inizio la nostra civiltà, come documentato anche dalle fonti archeologiche. Esso ha infatti la capacità di assorbire completamente la nostra attenzione: rappresenta un universo in miniatura, in cui i giocatori entrano liberamente per affrontare ostacoli e risolvere problemi significativamente.

Chi entra in questo cosmo, deve assoggettarsi volontariamente alle sue regole per farlo funzionare: non può infatti esistere un gioco senza le sue regole, ed esse fanno di quegli elementi di legno, cartone o plastica una nuova realtà, in grado di appassionarci per qualche momento o qualche ora. E’ evidente quindi che una realtà così complessa e connaturata all’essenza umana non può non avere valore ai fini della crescita e della formazione delle persone, sia come individui che come gruppo sociale.

Che utilità possono ricoprire i giochi da tavolo dal punto di vista dell’educatore?

Possiamo identificare grossolanamente tre macroaree.

1) Educazione alla cittadinanza. La comprensione del valore e dell’utilità della regola è il primo passo per la formazione del senso civico: per giocare si devono conoscere le regole, muoversi correttamente e con creatività al loro interno. Non è permesso imbrogliare: chi dovesse comportarsi da baro, distruggerebbe tutto, dal momento che, oltre a rompere l’equilibrio, avvantaggiandosi illecitamente sugli altri, giocherebbe un altro gioco, dove a lui è permesso fare così e agli altri no (ingiustizia).

Soffermarsi sul significato della regola e sul testo regolativo, apre nuove consapevolezze. Significa imparare a progettare le proprie azioni entro il raggio delle possibilità lecite; prendere atto che la regola non è un limite, bensì un elemento che permea la struttura e il senso di quello che fa. E appare all’orizzonte un’altra considerazione: l’assenza di regole non corrisponderebbe alla libertà, ma al dominio del più forte.

2) Educazione e formazione. Il gioco da tavolo educa entro uno spazio ristretto alla crescita equilibrata. Dal punto di vista emotivo e sociale, si impara a stare con gli altri, a rispettare il proprio turno, cooperando in vista di obiettivi comuni; ma anche ad accettare i propri errori, convivendo con l’incertezza, e magari ad imparare dai propri errori accrescendo la propria forza mentale. Dal punto di vista cognitivo, si affina il problem solving, imparando a valutare una situazione concreta decidendo e pianificando cosa fare in vista di un obiettivo, conferendo ai diversi elementi e alle situazioni una misura con cui regolarsi.

Chi progetta formazione attraverso il gioco da tavolo, deve aver chiaro di dover realizzare delle attività ludiche in cui ogni azione e risultato siano densi di significato, realizzando un “meaningful play”, dove nessuna acquisizione è scontata, ma si sostiene insieme a tutte le altre nella formazione e

Il gioco è fatto di regole, sono esse che fanno di oggetti inanimati, una realtà in grado di appassionarci.

nello sviluppo delle qualità personali dell’individuo, consentendo un continuo e fruttuoso transfert dal cerchio magico del gioco alla complessa sfera della vita reale.

3) Long life learning. Negli ultimi vent’anni si è fortemente sviluppata una branca della psicologia, la Psicologia Positiva, che mira in particolar modo alla prevenzione dei malesseri individuali attraverso lo studio degli effetti positivi dei meccanismi naturali di appagamento/frustrazione nelle esperienze personali. Molte delle acquisizioni di questa disciplina provengono dal mondo del gioco, che esemplifica quei meccanismi in massimo grado. E’ significativa in tal senso (anche per il ruolo che ha rivestito nella sopravvivenza della nostra specie), proprio la meccanica del piacere.

Quando ci capita di risolvere un problema, proviamo tutti una certa emozione, assai gradevole, che corrisponde ad un rilascio di endorfine, con cui il nostro cervello ci suggerisce di non dimenticare più quello che abbiamo fatto, vincolandolo ad un senso di benessere profondo. La funzione di questa gratificazione risiede nel fatto che trovare la giusta soluzione ha facilitato all’uomo la sopravvivenza lungo la sua lunga storia, facendo la differenza nella selezione naturale.

Nel campo dei giochi, questa consapevolezza indica che finché un’attività ha qualcosa da darci (pensiamo alle immense profondità di esplorazione nel mondo degli scacchi), ci porterà sempre piacere, perché ci sarà sempre qualcosa da scoprire. Al contrario, quando un’attività ci ha dato tutto (o è troppo difficile per noi), subentra la noia, che ci comunica che non abbiamo più nulla da prendere.

Passando dal mondo del gioco a quello dell’educazione, possiamo trarre alcuni insegnamenti: un’attività è appagante quando non è troppo facile o troppo difficile, ma alla nostra portata. Una volta raggiunta la bravura necessaria, subentra la noia, che ci indica che dobbiamo cambiare livello di difficoltà se vogliamo provare lo stesso piacere (“stato di flusso”). Se le difficoltà sono troppe e ci bloccano, bisogna abbassare il livello degli ostacoli per ritrovare motivazione e appagamento significativi.

La consapevolezza dello “stato di flusso” è l’atteggiamento ideale che l’educatore deve essere in grado di trasmettere, e l’esperienza significativa di gioco contribuisce ad educare a riconoscere e utilizzare positivamente questo stato nei diversi aspetti dell’esperienza quotidiana, permettendo di dare alla propria vita l’aspetto di un percorso infinito di apprendimento continuo.

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